Cast: Jennifer Aniston, Kevin Costner, Shirley MacLane, Mark Ruffalo, Mena Suvari
Director: Rob Reiner
Genere: commedia / sentimentale Produzione: USA 2005
InVoto: 6
Sara Huttinger (Jennifer Aniston) torna nella natale Pasadena con il fidanzato Jeff (Mark Ruffalo) in occasione delle nozze della sorella (Mena Suvari). Ma più guarda i suoi parenti, più si vede diversa da loro. Sua mamma è morta quando aveva nove anni, e la sua confidente familiare è sua nonna Anne (Shirley MacLane). Collegando varie informazioni “estorte” in famiglia, capisce che la famiglia cui Charles Webb si ispirò per il suo famoso romanzo Il laureato era proprio la sua. Miss Robinson che Dustin Hoffman aveva sedotto era la nonna, e sua madre… Già, sua madre, che una settimana prima del matrimonio, era scappata in Messico proprio da Beau Burroghs (Kevin Costner), appunto il seduttore interpretato da Hoffman ne Il laureato. Madre che poi si pentì e ritornò, sposandosi con suo padre qualche giorno dopo. Possibile che Beau sia il padre biologico di Sara, nata otto mesi dopo il matrimonio? Questo potrebbe spiegare la differenza fra Sara ed il resto della sua famiglia. Sara si mette in testa di scoprirlo e cerca di rintracciare Beau. Sarà veramente suo padre? E riuscirà a non essere attratta da un uomo così irresistibile e che ha già sedotto le sue due generazioni precedenti?
Commedia semplice, e tutto sommato gradevole, che spesso strappa un sorriso. Poteva scadere nella farsa veramente idiota, ma grazie alla bravura del cast si mantiene ad un buon livello. Oltre al fatto che fa venir voglia di vedere (per chi non lo ha visto) o di rivedere Il laureato. E questo vale un mezzo punticino in più.
“la storia era tutta vera salvo un dettaglio, non mi ero laureato, ma il film non poteva mica intitolarsi ‘il bocciato’”
Genere: drammatico / noir / poliziesco Produzione: USA 2006
InVoto: 7
Due poliziotti Lee Blanchard (Aaron Eckhart) e Bucky Bleicher (Josh Harnett) , entrambi ex pugili la cui fama viene sfruttata per far pubblicità al dipartimento, si trovano ad indagare su di un brutale omicidio di una starlet di Hollywood, Betty Ann Short (Mia Kirshner), soprannominata la Dalia Nera. Un omicidio estremamente brutale ed efferato, che sembra essere assolutamente inspiegabile. Prima l’uno e poi l’altro verranno ossessionati morbosamente da questo caso, così come entrambi si avvicineranno ed allontaneranno ciclicamente dalla fidanzata di Lee, Kay Lake (Scarlett Johansson), in un insano triangolo.
Colori seppiati, piani sequenza brevi ma frequenti, splendida ricostruzione di una Hollywood degli inizi non solo visiva (grazie a Dante Ferretti) ma sopratutto interiore. Non ci sono buoni nella pellicola di Brian De Palma, non ci sono eroi senza macchia. Nessuno è quello che sembra realmente. Questo film è stato criticato sopratutto per la distanza dal romanzo di James Ellroy, di cui non riuscirebbe (io non l’ho ancora letto) a riportare le atmosfere. Può essere; ma indubbiamente riporta e segue tutte le sette regole d’oro di un noir doc: immagini ombrose, personaggi cinici e disillusi ma affascinanti, un eroe uomo alle prese con un dilemma morale, una femme fatale, senso di noia e rifiuto del mondo, presenza di flashback, mancanza di lieto fine. Gli appassionati del noir (come me), lo troveranno senza dubbio un lavoro interessante.
Cast: Laurence Fishburne, Cuba Gooding Jr., Ice Cube, Morris Chestnut
Director: John Singleton
Genere: drammatico Produzione: USA 1991
InVoto: 7
Nel ghetto nero di South Central (L.A.) la vita è dura. Tre compagni di gioco d’infanzia diventati grandi devono fare i conti con la strada. Tre Styles (Cuba Gooding Jr.) ha avuto ed ha un padre inflessibile (Laurence Fishburne) che gli ha insegnato il valore del lavoro duro e degli studi, e l’importanza della lotta per i diritti civili dei neri. Tre e la sua ragazza studiano per entrare al college ed andarsene finalmente dal ghetto. Anche Richy (Morris Chestnut), migliore amico di Tre, studia per andare al college; è molto bravo nel football e spera di ottenere una borsa di studio; ha già un figlio ed è cresciuto senza padre. Il fratellastro da parte di madre di Richy, Doughboy (Ice Cube) anche lui amico di Tre ed anche lui cresciuto senza padre, entra ed esce dal carcere e vive nel ghetto assieme ai compagni della sua gang. La strada esigerà un alto tributo di sangue: uno solo dei tre non morirà assassinato nel ghetto.
A differenza di quanto si crede, non è Spike Lee il vero cantore della vita nei ghetti, che anzi, è piuttosto “allineato”. John Singleton invece la mostar in tutta la sua durezza, in tutta la sua complessità, ma anche in tutta la sua ingenuità. Singleton fa capire come la vita nel ghetto nero sia dura non solo per colpa dei bianchi, ma anche per un incredibile senso autodistruttivo che pervade la sua gente. Sparatorie per futili motivi, droga, alcool, sesso occasionale non protetto: l’oppressore bianco non deve far altro che stare lì a guardare senza muovere un dito. Un film crudo, diretto, nè moralista nè paternalista, ma di ampio spessore sociologico. Non c’è romanticismo in quei quartieri, solo qualche sparuto eroe, molti delinquenti, e tanti ragazzi sfortunati.
“Io me ne vado da questa cazzo di Los Angeles… fanculo tutti! merda! Dovunque vai ti trovi in mezzo alle sparatorie di questi stronzi!”
La storia di due fratelli e dei loro amici che combatterono per l’indipendenza dell’Irlanda: la vicenda passa attraverso la rivoluzione anti-inglese del 1916 e la guerra civile fra le due fazioni di ribelli irlandesi successiva. Ragazzi destinati ad altro, che per amor della loro terra si arruolarono per combattere contro l’oppressore straniero. Ed un tempo uniti, si ritroveranno a combattersi a vicenda, gli uni favorevoli al trattato di pace con gli inglesi, che prevedeva la divisione del paese e la permanenza dell’Irlanda nel Commonwealth, gli altri contrari al Trattato, e favorevoli al proseguimento della lotta per una cacciata degli inglesi che non fosse solo formale, ma sostanziale. Il film mostra i primi passi che hanno portato, nel corso degli anni, il governo irlandese alle posizioni filobritanniche che sussistono attualmente. Mostra come la “mossa” britannica di appoggiare, nonostante fossero stati appena sconfitti, una fazione di rivoluzionari irlandesi contro un’altra, fornendole appoggio logistico ed armamenti, fu una mossa vincente i cui effetti si vedono ancora oggi.
Attuale, attuale. E non solo per la metafora dei fratelli che avevano combattuto insieme fino al giorno prima, e che non recederanno di un passo dal combattersi ferocemente il giorno dopo (oggi: Provos e Dissidents?) fino alle estreme conseguenze. Cosa c’è di più attuale di un compromesso che fa solo il gioco degli occupanti (l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 come il Trattato di Pace angloirlandese?), e divide, anzi frammenta, il movimento repubblicano rivoluzionario? Il fermare una rivoluzione a metà, e l’abbandonare i propri fratelli (gli irlandesi del nord ieri, i POWs dissidents oggi?) al loro destino. Cosa c’è di più attuale? Ken Loach ha sempre dipinto magistralmente la classe operaia ed i diseredati della Gran Bretagna. Questa volta ha colto perfettamente quello che è stato ed è in parte ancora oggi il dramma di un paese che ha sempre lottato per l’unità e che ha sempre finito col dividersi.
“E’ facile capire contro chi si combatte. Meno facile è capire per che cosa si combatte”
Cast: Angelina Jolie, James McAvoy, Morgan Freeman, Thomas Kretschmann
Director: Timur Bekmambetov
Genere: azione Produzione: USA 2008
InVoto: 6 1/2
Wesley Gibson (James McAvoy) è la classica nullità qualunque: un lavoro che non dà soddisfazioni e che svolge anche mediocremente, una relazione problematica con tradimenti da parte di lei, pochi soldi in banca, un sacco di pillole per sopportare tutto questo. Fino a quando non viene coinvolto in una sparatoria, dove Fox (Angelina Jolie) tenta di salvargli la vita: perché suo padre, morto da pochi giorni, era uno dei più grandi sicari di un’associazione di giustizieri che cerca di mantenere l’ordine nel mondo. Sloan (Morgan Freeman), a capo dell’organizzazione, è convinto che l’imbranato Wesley abbia in realtà la stessa stoffa di suo padre e possa fermare l’assassino di lui, un ex membro che vuol distruggere la confraternita.
E’ un film di azione “puro”. Inseguimenti, sparatorie, colpi di scena. Lontano dunque da certo cinema “intellettuale”, può essere criticato da molteplici punti di vista. Fatto sta che non ci si annoia mai. Angelina Jolie bellissima come al solito e tatuata fino al midollo, McAvoy che subisce una trasformazione espressiva notevole durante il film, Freeman posato anche con una pistola in mano. E’ una pellicola che prende, che fa immedesimare nei personaggi per un’ora e mezza, che fa uscire dalla sala con un sorriso sulle labbra. Se il cinema ci deve raccontare favole, questa è una favola moderna, con un trionfo di effetti speciali. Con buona pace degli spocchiosi intellettualoidi e di chi crede che quello dei trentenni in crisi sia un genere cinematografico.
“ (rivolgendosi al pubblico) Sei settimane fa ero una completa nullità… proprio come voi”
Cast: Harrison Ford, Karen Allen, Cate Blanchett, Shia LaBeouf, John Hurt
Director: Steven Spielberg
Genere: avventura Produzione: USA 2008
InVoto: 6 1/2
Henry Jones Jr. a.k.a. Indiana (Harrison Ford) è oramai un cinquantenne professore universitario, ma gli anni sono passati ed il potere di calamitare azione e disastri è rimasto intatto. A causa del tradimento di un suo vecchio amico, passato al KGB, che lo aveva attirato in una trappola ordita dal perfido ufficiale ucraino Irina Spalko (Cate Blanchett) viene coinvolto nel mistero dei teschi di cristallo, mistero che se sciolto potrebbe portare all’individuazione della mitica El Dorado. Sfuggito alla trappola, si mette subito alla ricerca della soluzione del mistero partendo alla volta del Sud America, seguendo gli appunti di un suo ex collega (ormai uscito di senno) che ha disseminato indizi per raggiungere la chiave per El Dorado. Il tutto cercando di battere sul tempo i russi. Che però hanno un asso nella manica…
Come al solito, dopo un congelamento ventennale di una saga che ha segnato l’infanzia di molti, il timore di trovarsi di fronte un altro disastro tipo “Star Wars” c’era. Non è stato così. Indubbiamente, qualche deja-vu c’è stato, ma in fin dei conti è stato un bel film, Indy è sempre lui. Ford non fa il ragazzino (divertente nella scena di apertura, quando sbaglia il suo classico uso della frusta come liana: “porca miseria, ho calcolato male!”), ed è perfetto nella parte del cinquantenne esperto, Cate Blanchett come al solito è impeccabile (e bellissima anche con i capelli corti neri) nel ruolo dell’ufficiale del KGB, il ritmo tiene, non si sbadiglia e la storia fila. Chi ha definito il film schifoso? Evidentemente chi non ha una fresca visione dei primi tre episodi. Il pre-finale è in classico stile Indiana, ed anche il finale: di Indiana Jones ce n’è uno solo.
Watty Watts (Gil Bellows) dopo un’incasinata rapina conclusasi con l’omicidio di una commessa da parte del suo compare psicopatico Billy (Rory Cochrane), progetta di scappare in Messico con la sua compagna, Starlene Cheatam (Renée Zelwegger), per far calmare le acque. Bloccati prima ancora che la fuga cominci da due violenti rangers che vogliono incastrare Watty vivo o morto, i due ragazzi sono costretti ad ucciderli per autodifesa. Inizia così una fuga lungo tutto il Texas inseguiti dai rangers, da Billy, e da alcuni malviventi cui Watty aveva chiesto dei soldi per comprare un anello a Starlene. Riusciranno a sposarsi armi in pugno lungo la strada, ma la frontiera è ancora lontana.
B-movie nato evidentemente sull’onda del successo del Tarantinismo, ma più che assassini nati i due protagonisti sono assassini per caso. Gradevole, a tratti, con alcuni aforismi ad effetto. I fans di Tarantino potrebbero apprezzarlo viste le numerose citazioni, ma il senso di deja-vu non abbandonerà lo spettaotore per tutto il film. Cameo di Peter Fonda nel ruolo del padre di Starlene, un “hippy di provincia un po’ imbranato”, che ha perso l’uso delle gambe assumendo anfetamine per dimagrire pur di non andare in Vietnam e che ha perso le corde vocali (parla con un microfono sulla gola) dandosi fuoco alla bocca durante un trip di acido.
“Se uno ha dei problemi nella vita è perché è stato lui a crearseli”
Cast: Monica Vitti, Michel Piccoli, Adriana Asti, Julien Bertheau, Adolfo Celi
Director: Luis Buñuel
Genere: surrealista Produzione: Francia 1974
InVoto: 8
Film a episodi, concatenati alla maniera di Buñuel e della sua “casualità non casuale”, che ci conduce in un viaggio fra conscio ed inconscio, fra morale ed immorale, con situazioni da teatro dell’assurdo che spesso ci fanno prima sorridere e poi riflettere su come, spesso, la nostra vita non sia dettata da convenzioni che esaminate a fondo potrebbero essere assurde ma che invece siamo portati per abitudine a seguire ciecamente come Comandamenti.
Penultimo film di Don Luis, che tocca i più alti picchi del surrealismo su celluloide, grazie anche alla splendida sceneggiatura di Jean-Claude Carrière. Lo sceneggiatore francese parlando del film disse: “C’è una frase di André Breton del Secondo Manifesto del Surrealismo in cui dice che tutto induce a credere che esista un certo punto nella mente in cui l’alto e il basso, il nero e il bianco, ciò che è espresso e ciò che non lo è, il freddo e il caldo sono il risultato dei contrari. [...] Nell’attività surrealista non abbiamo fatto altro che cercare quel punto. e io l’ho trovato, in Il fantasma della libertà due o tre volte”. E sicuramente, una delle volte in questione è la scena della bambina “scomparsa”, che secondo Carrière era anche la scena che Don Luis preferiva fra tutte quelle da lui girate nella sua intera carriera di regista. Semplicemente sublime.
Fuad Ramses (Mal Arnold) è il gestore del negozio di alimentari “Fuad Ramses exotic catering”, nonché segreto Alto Sacerdote del culto della sanguinaria dea egizia Ishtar. Quando gli viene commissionato un banchetto egizio, Ramses coglie l’occasione per organizzare la cerimonia per la rinascita della dea, squartando giovani donne le cui membra dovranno essere mangiate durante il banchetto dagli (ignari) ospiti permettendo così l’incarnazione della divinità (raffigurata al momento da un manichino da esposizione nel retrobottega di Ramses). Il tutto mentre la polizia brancola nel buio non riuscendo a venire a capo dell’assurda catena di delitti.
Leggenda vuole che Hershell Gordon Lewis, mentre guardava un film di gangsters, si chiese come mai il sangue che scorreva fosse così poco rispetto a quanto doveva essere in realtà. E così decise con i suoi film di rimettere in pari la quantità di sangue sulla celluloide, diventando il “padrino del gore”, portando su pellicola quello che era stato il teatro francese del Grand Guignol, e diventando il pioniere dello splatter. Questa è la sua opera più famosa, una storia che si muove velocemente fra omicidi rituali e cannibalismo, fra effettacci sanguinolenti e belle donzelle con le pettinature della Miami dei primi anni ‘60.
“Qui non si tratta solo di un maniaco… qui c’è uno schema!”
Cast: Melanie Griffith, Stephen Dorff, Alicia Witt, Maggie Gyllenhaal
Director: John Waters
Genere: grottesco Produzione: USA 2000
InVoto: 7 con “bollino cult”
Un gruppo di film-makers indipendenti, capitanati dal regista Cecil B. Demented (Stephen Dorff), girano la loro pellicola underground con modalità “terroristiche”. Hanno tatuati addosso i nomi dei registi di culto, e praticano la castità assoluta durante la lavorazione del film per non inquinare la loro vena artistica con il piacere. Decidono di rapire la star di Hollywood Honey Withlock (Melanie Griffith) per utilizzarla come attrice nella loro opera, sfidando film commissions, poliziotti, ed autorità varie. Fra un assalto ad un cinema commerciale ed un altro, il gruppo cercherà di convincere la Withlock che i depositari dello spirito del vero cinema sono proprio loro.
Il re del trash John Waters ci regala una pellicola (forse ispirata alla sua giovinezza) che prende in giro contemporanemente la pomposità del cinema hollywodiano e l’integralismo del cinema indipendente in un surreale viaggio attraverso il cinema: dal nome del protagonista, storpiatura del celebre regista dei colossal anni ‘60 Cecil B. De Mille, ai cinema che proiettano la versione integrale di Patch Adams, al set del seguito di Forrest Gump, un improbabile Forrest Gump: gump again, al pubblico dei cinema d’essai che aiuta i nostri eroi nelle loro fughe. Il film non è piaciuto ai critici, ma i fans dello stravagante John Waters accaniti cinefili lo troveranno invece divertente. La Griffith è una grande attrice comica.
“Potere al popolo che si oppone ad una cinematografia di merda!”
Cittadina di Holstenwall, anno 1830. La popolazione è sconvolta da una serie di misteriosi delitti, che sembrano seguire la venuta in città di un sedicente dottor Caligari, che esibisce nella fiera del paese il suo fenomeno da baraccone, Cesare, affetto da sonnambulismo cronico. L’imbonitore porta lo stesso nome di un mistico italiano del XVIII secolo, che utilizzava sonnambuli inconsapevoli per i suoi atroci delitti. Lo studente Franz, il cui fraterno amico è una delle vittime del misterioso assassino, inizia delle indagini per venire a capo della verità.
Considerato come il manifesto dell’espressionismo nella settima arte, la splendida recitazione teatrale, le incredibili scenografie dipinte, i costumi, contribuiscono a renderlo uno dei primi capolavori della storia del cinema. Antesignano dell’horror psicologico, la presenza di flashback ed il finale a sorpresa (che gli sceneggiatori non volevano, ma che fu inserito dal produttore) lo collocano quarant’anni in avanti rispetto all’epoca in cui è stato concepito. Curiosità: fu censurato dal regime fascista nel 1924.
“Devo conoscere ogni cosa. Devo penetrare nel cuore del suo segreto. Devo diventare Caligari”
Cast: Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris
Director: Sofia Coppola
Genere: commedia, sentimentale Produzione: USA 2003
InVoto: 7
Bob Harris (Bill Murray), attore sul viale del tramonto che ormai “viene pagato 2 milioni dollari per uno spot invece di girare film da qualche altra parte”, è a Tokyo per girare la pubblicità di un whisky. Conosce solo due parole di giapponese. Problemi familiari, crisi di mezza età, carriera ad un bivio, sommati al jet-lag costituiscono una mistura che porta ad un’insonnia impossibile da sconfiggere. Charlotte (Scarlett Johansson) è in Giappone al traino del marito (Giovanni Ribisi), fotografo di successo mentre lei ancora non sa cosa fare esattamente dalla sua vita. Non parla una sola parola di giaponese. L’insoddisfazione personale e la solitudine (il marito è sempre in giro per lavoro), non la fanno dormire. Incontrarsi nei corridoi dell’albergo era inevitabile: prima di sfuggita, per poi condividere i loro problemi, diventare amici, e forse qualcosa di più.
Ottima seconda prova alle spalle della macchina da presa per Sofia Coppola. Dopo il noiosetto (ma piaciuto alla critica per qualche motivo che mi sfugge) Il giardino delle vergini suicide la rampolla d’arte ci dimostra come il cinema non solo sia sentimento, ma che per far emozionare non occorra nè azione nè sesso, ma solo avere una buona storia (tra l’altro scritta dalla stessa Sofia Coppola) e saperla mostrare. Uno splendido cast (una Scarlett Johansson tenera come il canarino Titty ed un Bill Murray che si conferma fra i migliori -e più sottovalutati- attori dell’Hollywood contemporanea), una storia con personaggi “veri” e non da film, unito ad una bella fotografia e ad una colonna sonora mai invasiva ma che si sposa perfettamente con l’atmosfera della pellicola, regalano allo spettatore un’ora e mezzo di piacevole visione. Uno dei pochi film degli ultimi anni in cui quasi ci si dispiace che il film sia finito. Curiosità: una nota marca italiana di sottaceti si è “ispirata” (e molto) a questo film per il suo spot.
Cast: Halle Berry, Penelope Cruz, Robert Downey Jr., Charles Dutton, John Carroll Lynch,
Director: Mathieu Kassovitz
Genere: horror Produzione: USA 2003
InVoto: 5 1/2
La psicologa Miranda Grey (Halle Berry) lavora nel reparto psichiatrico di un carcere femminile, il cui direttore è il marito, insieme ad un altro psicologo (Robert Downey Jr.). Con i suoi pazienti ha un rapporto distaccato, più portato all’analisi accademica che alla comprensione. Una notte, tornando a casa, ha un incidente d’auto. Si risveglierà dall’altra parte del vetro, nel reparto psichiatrico del carcere, accusata di aver ucciso il marito. Convinta di essere innocente, e perseguitata da allucinazioni e da una misteriosa ragazza che si materializza nelle aree del penitenziario dove Miranda si trova, cercherà di scoprire la verità insieme allo scettico collega.
Più che un horror forse bisognerebbe definirlo un thriller con elementi di soprannaturale. La fotografia rende bene l’ambiente cupo, la regia parecchie volte ti fa sobbalzare sulla sedia e mantiene un buon ritmo quais fino alla fine, la recitazione dei protagonisti non è male (la peggiore forse è proprio la Berry, ma una che riesce ad essere sexy anche in uniforme da detenuta psichiatrica con i capelli scarnigliati non ha bisogno di grandi prove d’attrice). La sceneggiatura però non è all’altezza, e questo alla fine fa perdere molto di quello che poteva essere il risultato complessivo del film. L’errore più grande: il colpo di scena finale (che è davvero una sorpresa), avviene troppo presto nell’economia della storia, rendendo così piuttosto scontati e quasi inutili) gli ultimi dieci minuti. Non è malaccio, ma poteva essere meglio.
Erica Bain (Jodie Foster) vive e lavora nella sua New York da favola: popolare conduttrice radiofonica, registra i suoni di questa città e li racconta via etere nel suo programma “Street Walk”. Perdutamente innamorata del suo compagno David, con cui progetta il suo futuro, la sua New York da favola viene bruscamente interrotta dalla New York reale. Aggredita assieme al fidanzato da una gang di balordi in Central Park, lui muore e lei si risveglia dopo oltre venti giorni di coma. Sconvolta, cerca prima la propria sicurezza nelle armi, per poi trasformarsi in giustiziera-vendicatrice (per la sicurezza degli altri?) dopo aver assistito all’ennesimo episodio di brutalità contro una persona inerme. Il tutto mentre un detective, con cui aveva stretto amicizia, sta indagando sul caso del giustiziere.
Molta critica sostiene che il film non rende quanto avrebbe potuto, perché non esamina più approfonditamente la tematica della vendetta e della giustizia fai-da-te. In realtà, l’effetto è voluto, a mio parere. La protagonista è persa fra la persona che credeva di essere e quella che è diventata, si concentra più sulle azioni che sull’analisi introspettiva fine a se stessa. E’ allo sbando a livello di coscienza, in lei non ci sono motivazioni ma solo un sentimento di “dover fare ciò che sto facendo”. Non è un’analisi sociologica a freddo, come la critica vorrebbe, ma un ritorno all’ancestrale, quando non ci si chiedeva troppo il perché di un’azione, ma la si compiva perché l’istinto suggeriva questa azione come necessaria per la sopravvivenza. E cosa c’è di più ancestrale della vendetta, del farsi giustizia da sè? Una Giustizia sicuramente meno accademica, ma sicuramente più vera, lontano dalle sovrastrutture burocratiche di una giustizia ormai più attenta alle procedure che al garantire sicurezza per i più deboli ed indifesi. Il regista irlandese non vuole pontificare sulla vendetta, semplicemente la mostra.
Cast: Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo, Joel de la Fuente, Betty Buckley
Director: M. Night Shyamalan
Genere: catastrofico Produzione: USA 2008
InVoto: 5 1/2
Nelle metropoli del New England c’è un’epidemia di inspiegabili suicidi. Attacco terroristico, inquinamento, manovra occulta del governo? Non si riesce a capire. Ma la gente inizia a fuggire nei centri più piccoli dell’interno. Ma l’epidemia li segue. E quando perfino nelle zone disabitate e non segnate sulle mappe i superstiti iniziano a togliersi la vita, è evidente che il confronto è con qualche forza più potente dell’uomo stesso.
Non è certamente un filmone, effetti speciali digitali ridotti all’osso (ma questo è un bene, per quanto mi riguarda) e la fine lascia un po’ perplessi (ma un film del genere o finisce in questo modo “canonico”, oppure con l’estinzione dell’umanità come la conosciamo e/o l’inizio di una nuova era… e l’unico film che mi viene in mente che finisca così è The calling, ma tutto sommato anche in questo modo la fine sembra un po’ tronca… perciò questo tipo di finale è correlato al genere, è difficile prescinderne). Perché allora un voto non totalmente insufficiente? Semplicemente, non mi aspettavo che esattamente questo. Un film per passare una seratina senza troppe pretese e senza accendere il cervello. E Shyamalan era il regista giusto. Nessun suo film è mai stato quel “granché”, neanche il Sesto Senso, da più parti osannato come capolavoro: in realtà era una “boiata” ne più ne meno come questa. Shyamalan delude con questo film sopratutto chi crede (a torto) che il Sesto Senso sia un film esemplare e spera, da tre film a questa parte, che venga bissato. Ma lo sbaglio è in questa attribuzione, non in E venne il giorno. Se si va senza pretese, è difficile che vadano deluse, e si tende a cercare il buono. L’atmosfera angosciante tutto sommato tiene per quasi tutto il film, e il livello di splatter è insolitamente alto per il genere. La vecchia pazza il personaggio più riuscito. Shyamalan non è un genio del cinema, e bisogna andare in sala tenendolo ben presente. Tutto ciò non vale, ovviamente, per lo sparuto zoccolo duro che considera il regista di origine indiane un “maestro”, i cui appartenenti probabilmente apprezzeranno molto anche The Happening.
“La prima fase è la perdita della parola. La seconda è il disorientamento fisico. La terza è fatale”